Panni sporchi? Istruzioni di lavaggio

benettonIl progetto lanciato da Benetton Group a sostegno delle donne che lavorano in Pakistan e Bangladesh ha dell’incredibile. Cinque gli obiettivi: mezzi adeguati per una vita dignitosa, non discriminazione e pari opportunità, accesso a un’istruzione di qualità e all’assistenza sanitaria, fine di ogni forma di violenza contro le donne nel mondo. Il comunicato stampa sull’iniziativa, diffuso ieri, dice che il progetto è stato avviato lo scorso ottobre. Pochi mesi prima, il 17 aprile 2015, Benetton aveva annunciato di voler versare 1.1 milioni di dollari per le vittime del Rana Plaza, contro i 5 chiesti dalla campagna Abiti puliti. Il crollo del palazzo, dove morirono 1.138 persone, era avvenuto due anni prima, nell’aprile 2013. Nelle settimane successive al disastro, la Benetton smentì pubblicamente a più riprese qualsiasi coinvolgimento e fu costretta ad ammettere le proprie responsabilità solo in seguito ad alcune fotografie che chiamavano in causa il gruppo in modo inequivocabile. Anche quando gli altri brand avevano già riconosciuto il loro implicazione, la Benetton continuò a sottostimare il proprio rapporto con la più grande fabbrica dell’edificio. Nel settembre 2013 si unì al Comitato di Coordinamento istituito per stabilire un processo in seguito definito come Bangladesh Accord, per garantire il risarcimento ai feriti e alle famiglie delle vittime. Pur facendo parte del Comitato, al momento di sottoscrivere l’accordo, Benetton rifiutò di firmare, trascinando poi per almeno due anni il pagamento. Ora, questa improvvisa sensibilità nei confronti delle donne dello stesso Bangladesh, definita dal comunicato diffuso dall’azienda “l’impegno per una delocalizzazione sostenibile”, all’interno di un progetto che prevede anche “nuovi investimenti sulle fabbriche italiane”. Dopo che la stessa azienda da anni ha smantellato la propria presenza nel Nordest mettendo sul lastrico migliaia di famiglie di operai, contoterzisti, operatori dell’indotto, senza costruire niente sul territorio, ma cercando fortuna in paesi dove il salario mensile equivale al prezzo di una T-shirt.

Si chiama whitewashing ed è una tecnica di marketing molto usata. L’operazione consiste nell’adoperare sapientemente una pittura murale bianca a base di calce, che permette di nascondere tutto. Che protegge le reputazioni e fa apparire buoni argomenti, persone, organizzazioni o prodotti che buoni non sono. La tecnica è molto usata dalle multinazionali dell’alcol o del tabacco per far credere di essere molto attente alla salute dei consumatori, ai grandi inquinatori per darsi un’immagine di paladini dell’ambiente (in questo caso si parla di greenwashing) o dalle compagnie che fingono di aiutare le donne malate di cancro al seno, ma in realtà puntano a guadagnare sulla loro malattia, per cui si parla di pinkwashing. Definizione estesa alle aziende che puntano su un’immagine decisamente gay friendly per vendere. Benetton è incappato anche in questo. Il portale di cultura omosessuale thecoming.it cita il gruppo di Ponzano veneto tra “i brand che in Italia hanno seguito la cosiddetta ‘tendenza pinkwashing’ e sono saliti sul carro LGBT”. La nota immagine di due autorità religiose che si baciano, dice la testata “si serve della ‘trasgressività’ del bacio tra uomini per sconvolgere e far parlare”. Come si sa, dopo la protesta del Vaticano il gruppo ha deciso di sospendere la campagna pubblicitaria.

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Informazioni su madina fabretto

Mi sono laureata a Padova in storia medievale e faccio la giornalista. Attualmente vivo e lavoro a Padova. Ho una figlia e un "moroso".
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