Dal buio alla speranza. Un viaggio dentro la psicosi

cristina-e-valentinaSono incappata per caso nel libro di Cristina Marcato “Non spegnere la luce”. Da anni ho un’attenzione particolare per i racconti di donne colpite da tumore. So che l’esigenza di raccontarsi è molto diffusa tra le donne che attraversano l’esperienza della malattia oncologica. Ma la malattia mentale è un’altra cosa. Il malato oncologico suscita immediata solidarietà, chi soffre di disturbi psichiatrici è visto spesso con diffidenza. I disturbi mentali inoltre per loro natura rendono più arduo il distacco necessario alla narrazione. Infine si tratta di un problema sociale immenso, che non è stato ancora affrontato con l’impegno che meriterebbe. Quindi sono stata felice di intervistare Cristina Marcato per Il Mattino di Padova. E’ stato un bell’incontro. Riporto il testo dell’intervista.

Una vita passata a girare tra reparti psichiatrici e comunità terapeutiche, con il dolore e la paura sempre in agguato. E un giorno capisci che ti stai giocando la tua ultima chance. E ne vieni fuori. E’ a questo punto che Cristina Marcato, padovana, 53 anni, ha trovato il coraggio di raccontare la propria storia. Ne è uscito il libro “Non spegnere la luce”, pubblicato da Cleup, con la prefazione di Roberto Gava e Monica Dal Pozzo. Un libro che dà speranza e che si legge tutto d’un fiato. Dopo averlo letto, la regista Silvia Chiodin ne ha tratto un documentario di 70 minuti, con la partecipazione di Lella Costa, presentato nei giorni scorsi nell’ambito della manifestazione “Diversamente”. Da otto anni Cristina ha chiuso con i ricoveri ospedalieri, gli attacchi di panico, l’autolesionismo, l’alcolismo. Ciò che le ha dato il coraggio di voltare pagina è stata innanzitutto una grande forza di volontà, sostenuta dalla consapevolezza che con la malattia si può convivere se la si accetta.

Come è nato questo libro?

“E’ nato come un diario che ho scritto per Marco, mio marito, che amo con tutto il mio cuore. Ci siamo conosciuti in comunità, nella Ctrp (Comunità Terapeutica Riabilitativa Protetta) di Montemerlo. Ma c’era un’idea dentro di me: di psichiatria nessuno ne parla. Gli altri ammalati vengono compatiti nel loro dolore, noi veniamo derisi, o facciamo paura. Invece non devono avere paura di noi: devono amarci. Vorrei scuotere gli animi della gente e far capire quanto soffriamo”.

Da chi non vi sentite compresi?

“La malattia mentale è ancora un tabù, che incute timore. Non siamo dei mostri, ma persone che soffrono e lottano ogni giorno per sopravvivere. Per lo Stato non esistiamo. Abbiamo una pensione di 290 euro al mese. Alle quali io ne aggiungo una di 470 euro di quando lavoravo. Ma ora sono inabile al lavoro. Non esco di casa. Prendo dodici pastiglie al giorno. La gente magari pensa: i gà do gambe e do brassi… Ma il nostro lavoro è stare fuori dai reparti psichiatrici e convivere con le voci, le manie e le ossessioni”.

Qual è la tua patologia?

“Mi hanno definita bipolare, borderline, schizofrenica. L’ultima diagnosi, la più importante, quella della patologia con la quale tuttora convivo, è stata “disturbo schizoaffettivo”. Mi è sempre mancato l’amore, che ho cercato per tutta la vita, prima in famiglia poi tra le braccia di uomini sempre sbagliati. Così a 19 anni sono diventata madre. E a 28 ho perso entrambi i genitori”.

E’ allora che ti sei ammalata?

“La malattia è cominciata dall’infanzia, dopo una violenza subita. Ho avuto ripetute violenze, la più grave a 9 anni. Non voglio criticare i miei genitori, che sono morti, ma non hanno capito che stavo male. Da piccola ero ossessiva compulsiva. Mi rendevo conto di fare cose strane, ma non capivo perché. Come girare la chiave per tre volte, o farmi il segno della croce quando sentivo mia madre che tornava a casa dopo il lavoro”.

E poi cos’è successo?

“Poi mi sono ammalata tanto. Sentivo le voci, avevo allucinazioni visive, olfattive. Chiamavo tutti al telefono, anche di notte. Sono stata in comunità quattro volte. Non sapevo chi ero. Non mi fidavo di nessuno”.

Come vivevi i frequenti ricoveri? Hai subito dei Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio)?

“No, sono entrata sempre volontariamente. Io la psichiatria la amavo. Amavo le urla, i letti diroccati, le preti scrostate, il portone chiuso a chiave. Mi dava un senso di protezione. Una sensazione che non avevo mai provato, nemmeno da bambina. C’era la mia gente. I malati io li chiamo la mia gente. Tra noi ci comprendiamo”.

E come ne sei uscita?

“Un giorno sono entrata in comunità e mi sono detta: questa è la mia ultima occasione. Voglio lottare fino alla fine delle mie forze. Mi ha aiutato un grandissimo lavoro introspettivo, durante il quale Marco ha avuto la pazienza di aspettarmi. All’inizio lo trattavo malissimo. Credevo che mi tradisse”.

Perché?

“Mi hanno sempre tradita tutti… Invece siamo venuti a casa e un anno dopo ci siamo sposati. Siamo la salvezza l’uno dell’altra. Inseparabili. Amici, amanti, complici. Volevo due cuori e una capanna e noi stiamo vivendo così. Ora sono otto anni che sono fuori dai reparti. Sono libera. E’ questa la mia vittoria. Libera di amare, di abbracciare mia figlia, con amore”.

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Informazioni su madina fabretto

Mi sono laureata a Padova in storia medievale e faccio la giornalista. Attualmente vivo e lavoro a Padova. Ho una figlia e un "moroso".
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