Un piccolo drago chiamato Nedda

Ieri le “ragazze” del Dragon boat di Padova hanno varato la loro nuova barca. La prima, veramente loro, perché fino ad ora si allenavano e gareggiavano su quelle messe a loro disposizione dalla Canottieri, circolo al quale si appoggiano anche per gli allenatori e dove si è svolta la cerimonia del varo. Cerimonia forse non è il termine più adatto, perché non ha avuto nulla di formale, così come tutto quello che riguarda questa squadra di Donne in rosa. A cominciare dal nome: UGO. Nome che rappresenta perfettamente il loro spirito scanzonato e non convenzionale, nato per caso all’inizio del loro percorso. L’allenatore, il mitico Michele Galantucci, atleta agonista nonché campione nazionale di dragon boat, durante uno dei primi allenamenti, esasperato dalle chiacchiericcio e dalle risate, ha chiesto alla più vivace: “Tu, come ti chiami?”. “Ugo”, ha risposto lei, incrementando ulteriormente l’ilarità generale. Da allora tutte hanno cominciato ad auto-appellarsi Ugo. A rispondere era stata Nedda, una delle prime componenti del gruppo, una delle Ughe più allegre e appassionate, in un gruppo di donne allegre e appassionate. Quella che una delle compagne ha definito “il cuore pulsante del gruppo”.

Quando UGO è diventato il nome della squadra, gli è stato attribuito il ruolo di acronimo di “Unite Gareggiamo Ovunque“. Allo stesso modo, è stato naturale chiamare il nuovo mini drago, acquistato grazie ad una gara di solidarietà, con il nome di Nedda. Quando il marito Beppe lo ha proposto alle compagne, loro lo avevano già deciso. Allo stesso modo, è stato naturale per i suoi allievi della scuola media di Ponte San Nicolò contribuire alla raccolta di fondi organizzando un banchetto al marcato locale, dove hanno venduto gli oggetti di ceramica che hanno imparato a fare da Nedda. Così come è stato naturale per alcuni degli esercizi che hanno dato un contributo, soprattutto i più consistenti, volerlo fare in modo anonimo.

Alla cerimonia hanno partecipato anche altre squadre di Dragon boat, della categoria Donne in rosa. Questa disciplina è nata nel 1996 per iniziativa del dottor Don McKenzie, nel Centro di Medicina Sportiva dell’Università della Columbia Britannica in Canada. Il suo obiettivo era sfatare la convinzione che le donne operate al seno dovessero usare il meno possibile il braccio dell’intervento, per evitare il linfedema. E’ stato così dimostrato che il dragon boat, così come il nordic walking, costituisce una sorta di linfodrenaggio naturale. Da allora, la disciplina del Dragon Boat costituisce una forma di riabilitazione che conta ormai decine di migliaia di donne e di uomini operati in tutto il mondo per un totale di oltre 180 squadre di cui oltre 25 italiane. Delle UGO, non si può non percepire soprattutto la voglia di stare insieme, di condividere la fatica e l’allegria, la voglia di guardare avanti, di gareggiare unite, ovunque.

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Ovunque, anche sul ghiaccio

Ci volevano provare anche sul ghiaccio e hanno vinto anche lì. Le U.G.O., Unite Gareggiamo Ovunque, ovvero la squadra di Dragon Boat formata da donne operate al seno che fanno parte dell’Arcs dell’Università di Padova, si sono aggiudicate, il 26 gennaio scorso, ben tre vittorie, relative a tutte le gare della categoria Donne in Rosa, scivolando sul lago ghiacciato delle Buse, nell’altopiano di Piné, in Trentino, per la prima edizione di Ice Dragon Series, una sfida tra queste imbarcazioni con la testa e la coda di dragone che per l’occasione sono state dotate di due grossi “pattini”. Hanno richiesto modifiche anche il timone e naturalmente la pagaia, dotata di una sorta di zoccolo in gomma con delle punte. Insomma, tutto molto più complicato, tanto che il capitano Cristina Vaccario ha selezionato le sue atlete migliori. Ma quello che conta, in questi casi, non è tanto la vittoria, ma il divertimento e l’amicizia che contraddistinguono queste gare. Il dragon boat è ormai un movimento a livello mondiale e quasi tutte le grandi competizioni prevedono la sezione donne in rosa. La prossima sfida? Pare che esista anche una versione sulla neve, lo snow dragon boat. Perché no?

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L’eccidio relativo. Le foibe in un incontro al Bo

Anche l’Università di Padova ha voluto dare il proprio contributo alle celebrazioni del 2019 per il Giorno del Ricordo. E lo ha fatto con un incontro organizzato dal Centro di Ateneo per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea. L’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia non è stata coinvolta. Il relatore è stato il professor Raoul Pupo, docente di Storia contemporanea al dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Trieste, presentato dal direttore del Centro di Ateneo Carlo Fumian come “uno dei massimi esperti della vicenda delle foibe”. In realtà le foibe non erano al centro dell’intervento, il cui titolo era “La crisi dell’italianità adriatica. 1866-1956”. Il quadro storico partiva quindi da lontano, da quel 1866 in cui dopo la terza guerra d’indipendenza il Veneto entrò a far parte del Regno d’Italia, mentre in Istria e Dalmazia iniziò la slavizzazione forzata ordinata dall’Impero Austriaco. Un aspetto sul quale il professor Pupo non si è soffermato. Per quanto riguarda le foibe, Pupo ha parlato di 4 mila morti, praticamente poco più di quelli gettati nella foiba di Basovizza, preferendo approfondire il principio di “fratellanza” che le forze titine avrebbero voluto instaurare tra croati, sloveni e italiani. Ma come è stato interpretato dalle forze titine il concetto di fratellanza? Lo chiediamo ad Adriana Ivanov, esule zaratina, componente dell’Anvgd di Padova, autrice di numerosi scritti sull’esodo, tra i quali citiamo il libro “Istria Fiume Dalmazia terre d’amore”.

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Il mio 8 marzo

La mia giornata della donna è iniziata nel migliore dei modi: insieme a mia figlia. Ormai sono più di cinque anni che non viviamo più insieme. Da quando lei aveva sedici anni. Però ci ritroviamo, di solito da mia madre, dove ognuna di noi due ha una stanza, e oggi qui, a casa sua, dove vive con suo padre, che in questi giorni è via. Per tre giorni, sono rientrata nella sua quotidianità, ma ci sono entrata non dalla porta principale, ma dalla finestra. Questo ingresso inusuale mi si addice. Mi sono ritrovata tra le sue cose, i suoi libri, le abitudini. Ho perfino fatto amicizia con la sua gatta, che in generale è piuttosto scorbutica, anche se molto simpatica (non è raro che le due cose stiano insieme) e alla quale peraltro sono allergica.

Mi sono chiesta come sarebbe la vita di Arianna se fossi riuscita a tenerla con me. Penso che da una parte si impara dalla propria madre ad essere donna, dall’altra se fosse tutto così semplice le donne che hanno cambiato la storia rompendo gli schemi non sarebbero mai esistite. Per lei non so come sarà. Certo so che non sarà facile, come non è facile per nessuno dei giovani della sua generazione. E non è stato facile finora, con la separazione, il mio tumore e tutto. Ma credo molto in lei.

L’8 marzo di cinque anni fa le dedicai un post. Era un momento difficile, perché ci eravamo trasferite da poco. Solo una delle mie amiche mi ha detto chiaramente di non condividere la scelta che feci allora. Mi sono chiesta se è l’unica a pensarlo o ad avere avuto il coraggio di dirmelo. Ma a distanza di anni penso che non posso darle del tutto torto. Comunque le cose adesso stanno così. Questa è casa sua.

In questi due giorni, è stato bello cucinare di nuovo per lei, svegliarla al mattino, fare un po’ la mamma. Per il resto, faremo altre cose. Domenica l’ho invitata a un concerto. Abbiamo tanto tempo. Io credo nella felicità, perché so che esiste. Ma non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, una cosa ferma, piatta, stabile. E se certamente non sta nell’accontentarsi di quello che si ha, forse sta nel farne tesoro. E la base per nuova partenza.

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“La pazienza dei sassi”. Un libro che aiuta le mamme a dirlo ai bambini

“La pazienza dei sassi” è un libro che si può leggere come un manuale. Lo possono leggere i bambini e gli adulti, trovandovi naturalmente significati diversi. Ma è consigliabile leggerlo insieme. Perché lo scopo di questo libro è aiutare le mamme che hanno un tumore a dirlo ai propri figli. E’ questo uno dei momenti più difficili in una situazione già di per sé di grande tensione dovuta ad una diagnosi di cancro. Personalmente, è una delle prime cose che ho chiesto all’amica alla quale mi sono rivolta subito dopo aver saputo che la mia “pallina” era un tumore. Lei si era ammalata prima di me, ha una figlia della stessa età della mia e mi ha consigliato di rivolgermi allo psiconcologo dell’associazione Volontà di Vivere, della quale sono diventata socia.

Qualche settimana fa, l’associazione ha organizzato la presentazione del libro “La pazienza dei sassi” nell’aula Magna dell’Istituto Oncologico Veneto. Il tema del libro interessa purtroppo un pubblico sempre più ampio di donne. Accanto ai dati rassicuranti sulla percentuale di guarigioni per le malattie oncologiche e per il tumore al seno in particolare, si registra infatti anche una maggiore diffusione di questa patologia e in donne sempre più giovani. “Questo libro è nato con molto impegno”, ha detto l’autrice Ierma Sega, “ma da un’esigenza interiore. Ci ho messo tante cose che sentivo dentro e la veste attuale è il frutto di anni di lavoro”. Ierma ha avuto la diagnosi di tumore nel novembre 2013. Aveva un figlio di 9 anni e una figlia di 8. Ha cercato un libro leggero che la aiutasse a parlare con loro della sua malattia. Non trovandolo, ha deciso di scriverlo lei e ha vinto il premio letterario di Aviano. Nel frattempo ha conosciuto Michela Molinari e ne è nato un libro illustrato. A questo punto il libro, che contiene 21 bellissime illustrazioni, è stato completamente riscritto. Comincia: “Mi chiamo Luca e ho 9 anni” e finisce: “Mi chiamo Luca e ho 11 anni”. Un nuovo inizio, come ha spiegato l’autrice. “Ho fatto un lungo viaggio con una valigia piena di sassi. La strada continua. Non so se incontrerò salite, discese, curve o pianure. Cammino. Voglio scoprirlo”.

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