“Cristina, il racconto di una malattia”. Un documentario sulla psicosi, vista da dentro

In occasione del quarantennale della legge 180 si torna a fare un bilancio dei servizi rivolti all’assistenza psichiatrica. Da quel 13 maggio 1978 in cui fu approvata la cosiddetta legge Basaglia (l’unica, credo, conosciuta con il nome di uno psichiatra invece che di un politico), questo tema è sempre stato oggetto di confronto e di discussione. Ora molti denunciano il rischio che il taglio ai servizi sanitari possa comportare anche uno smantellamento dei sistema di cura al malato psichiatrico. Chi non ha avuto modo di incrociare questa realtà nella propria esperienza personale può difficilmente rendersi conto delle dimensioni del problema. E’ in circolazione un documentario che può aiutare a capire. Si tratta di “Cristina. Il racconto di una malattia”, ispirato dal libro “Non spegnere la Luce. Viaggio introspettivo in una psicosi”, di Cristina Marcato (Cleup). L’autrice, padovana di 53 anni, racconta il proprio passato di malata psichiatrica grave e la difficile strada verso la guarigione. Un libro scritto anche per mettere la propria esperienza personale al servizio degli altri: “Pensate a salvarvi, a soffrire meno, ad accettarvi, a capirvi”. Il documentario, della regista Silvio Chiodin, si apre nella Comunità terapeutica riabilitativa protetta dalla quale Cristina ha iniziato il suo cammino di risalita e prosegue con le testimonianze dei dottori, che sono risaliti alle origini della patologia, del fratello Stefano, della figlia Valentina e di Marco, il grande amore che le ha dato la forza per farcela e infine Cristina stessa. E’ una storia toccante e commovente raccontata con grande equilibrio e senza retorica. Anche il film di Virzì “La pazza gioia” inizia in una comunità terapeutica. Pur nella sua intensità, Virzì ne descrive la vita con un tocco lieve e a tratti poetico. Giustamente, a mio parere. “Cristina. Il racconto di una malattia” è invece un documentario e racconta la storia così com’è. Ripercorre la vita di Cristina, dalle violenze subite, all’autolesionismo, alle dipendenze, all’amore, al riscatto. Anche qui ci si arrabbia e ci si commuove, ma qui è tutto vero. Anche il lieto fine. Pensiamoci, prima di fare altri danni. La rivoluzione avviata quarant’anni fa non è mai stata compiuta fino in fondo, ma tornare indietro non si può.

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Giocattoli educativi per bambini senza fantasia

Esperienza sconcertante in un negozio di giocattoli. Un magazzino molto grande, dove sono andata per accompagnare una persona che cercava una cosa in particolare. Ho deciso di comprare un regalino anch’io e ho cominciato a girare tra le corsie. La prima cosa che ho notato è stata la carenza di personale. Non c’era un’anima a cui chiedere un’informazione. Ma a questo ormai ci siamo abituati. Sempre più spesso, anche nei supermercati è tutto fai-da-te. Entri, scegli, pesi, paghi e te ne vai. L’ideale di un commercio desertificato, dove il rispetto delle regole potrebbe essere garantito solo dalle telecamere di sorveglianza, in modo da risparmiare il 100% delle spese per il personale. E’ a questo che si punta? Due giorni fa ho letto che il più grande, o uno dei più grandi retailer del giocattolo americani sta chiudendo quasi mille negozi per la concorrenza di Amazon. Ma a me pare che tra questo tipo di commercio al dettaglio e l’e-commerce il passo sia veramente breve.

Altra considerazione: i giocattoli sono tutti “già giocati”. Le costruzioni: una volta c’erano i mattoncini con i quali potevi creare qualsiasi cosa, con la stessa scatola. Adesso c’è quella per fare un aeroplano, quella per fare un’automobile, un castello e via dicendo. Non più: guarda cosa mi sono inventata? Ma: sono riuscito a fare il trenino. Le bambole: non c’è più quella che fa la mamma, la dottoressa, va a fare la spesa, esce con le amiche. Adesso c’è quella per lo shopping, quella per le visite, quella per i figli. Ciascuna con i propri abiti, accessori, annessi e connessi. Non più: facciamo che… Ma: oggi prendo la dottoressa. In più molti dei giocattoli esposti sono elettronici. I bambini capiscono subito come funzionano, così poi possono far fare al giocattolo ciò per cui è stato programmato. Su molte scatole è specificata la natura “educativa” del contenuto. Nel suo impegno verso una distruzione sistematica della creatività, questa società parte evidentemente dai bambini. Alla fine ho comprato un libro di fiabe, che mi pare sia stato gradito.

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Tartini riscoperto. Un progetto in vista del 250esimo anniversario

La statua di Tartini a Pirano

La musica avvicina… anche le due spone dell’Adriatico. In vista del 250esimo anniversario dalla morte, che si celebrerà il 26 febbraio 2020, il mondo accademico, istituzioni musicali, enti pubblici, associazioni italiane ed europee stanno lavorando a un progetto di ampio respiro per rendere degno omaggio alla figura di Giuseppe Tartini. Il progetto si chiama Tartini 2020 ed è nato nel 2014 per iniziativa dell’Università di Padova con l’obiettivo di “sviluppare, approfondire e diffondere capillarmente a livello locale, nazionale e internazionale la conoscenza dell’opera musicale di Giuseppe Tartini fino a rendere questa figura una permanente risorsa di ordine culturale, turistico ed economico per la città e la regione”. Tra gli enti promotori, il Comune di Padova, che in parte lo finanzia, l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e la Comunità degli Italiani di Pirano, oltre all’Accademia Galileiana, al consorzio dei Conservatori del Veneto, a una serie di associazioni culturali e al Conservatorio di Trieste Giuseppe Tartini. Proprio qui, ieri si è svolto il convegno “Una Tartini Renaissance. Nuove prospettive della ricerca sulla figura e l’opera di Giuseppe Tartini”. L’evento si inquadra nel progetto “tARTini: Turismo culturale all’insegna di Giuseppe Tartini”, co-finanziato dal Programma Interreg V A Italia-Slovenia 2014-2020. Durante l’incontro sono stati presentati due manoscritti autografi di Tartini, scoperti da Sergio Durante, docente di Musicologia all’università di Padova e coordinatore del progetto Tartini 2020.

“Ciò che è destinato a rimanere nel tempo di Tartini 2020”, dice Durante, “è l’edizione integrale delle opere, circa 420 composizioni per la maggior parte inedite, riconosciuta come edizione nazionale dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. A questa impresa partecipano studiosi americani, sloveni, di tante altre nazionalità”. Un altro progetto legato a Tartini 2020 è la creazione di un museo tartiniano e dell’illuminismo musicale. “Un’idea che potrebbe suscitare un interesse turistico a livello internazionale. Vorremmo che venga collocato nella nuova sede del conservatorio e collegato al sistema museale dell’ateneo. Se ne sta parlando tra Università e conservatorio. Il museo dovrebbe ospitare anche una copia del pianoforte di Bartolomeo Cristofori”. Tra le iniziative già realizzate, il libro di Sergio Durante “Tartini, Padova, l’Eurpa” (Sillabe 2017), frutto di una sintesi di parecchi anni di studi sulla vita e sull’opera del compositore piranese, concepito come un libro per tutti, come dimostra anche l’importante apparato iconografico. Inoltre nel 2020 è previsto un congresso internazionale che sarà realizzato con la collaborazione dell’Accademia Galileiana i cui contenuti saranno stabiliti da un comitato scientifico del quale faranno parte studiosi di livello internazionale. Si parlerà ovviamente di musica, estendendo l’interesse a figure note del Settecento padovano (come Giovanni Battista Ferrandini, Francesco Antonio Vallotti, Gaetano Guadagni e molti altri), ma anche della cultura letteraria, filosofica, religiosa, teatrale, urbanistica dell’epoca.

Ma tutto ruoterà intorno a quello che fu considerato il più grande violinista del suo tempo, uno dei compositori più significativi e un didatta che rivoluzionò l’insegnamento della tecnica strumentale. Un Tartini del quale riscoprire la modernità. “La modernità per i suoi tempi era intesa come una semplificazione del linguaggio polifonico contrappuntistico”, spiega Durante, “oggi la modernità di Tartini consiste nell’esecuzione. C’è una classe di violinisti di altissimo livello capaci di introdurre una parte di improvvisazione nel testo tartiniano, che vuol dire interpretare questa musica rispettando la concezione originaria e rendendola estremamente moderna”.

E’ giunto il momento quindi di dare al compositore piranese la luce che merita. Per farlo uscire dalle leggende che lo circondano, ma anche giocandoci. Prima tra tutte quella legata alla sua composizione più nota, la Sonata per violino e basso continuo in sol minore, conosciuta come Il trillo del diavolo, che secondo un racconto dell’astronomo Joseph Jérôme de Lalande gli fu ispirata in sogno dal demonio in persona. E’ il brano che Dylan Dog, il “narratore dell’incubo” creato da Tiziano Sclavi e Claudio Villa, ama suonare di notte ma col clarinetto invece che col violino. Non si esclude di poterla in versione Dylan Dog, quindi per clarinetto.

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Venticinque anni di strada insieme, accanto alle donne operate al seno

Con la fine dello scorso anno il dottor Evelino Trevisan, psicologo dell’associazione Volontà di Vivere, della quale faccio parte, ha deciso di modificare la collaborazione con la nostra Onlus. Per salutarci, ha scritto una lettera che a me pare molto bella, perché nella prima parte riassume un po’ il senso della nostra storia (Caterina è la fondatrice e presidente onoraria Caterina Tanzella) e nella seconda parte fa delle “raccomandazioni” che penso facciano bene ad ogni donna. Quindi riporto la lettera, per intero.

Tutto ciò che vive, cambia.
L’Associazione cambia, quindi vive.
Per mia scelta anche il rapporto tra me e l’Associazione cambia: non più continuativo ma selettivo, in base alla volontà e disponibilità reciproca. Non più scontato ma frutto di scelte.
Nel pensare a questi 25 anni trascorsi assieme è inevitabile un bilancio, e nel fare questo è altrettanto inevitabile vagare con i ricordi tra i mille volti e le mille storie che ho condivise. La sacralità della privacy mi impedisce qualsiasi riferimento a persone ma mi è consentita una valutazione globale: ebbene, devo riconoscere di essere fiero di quanto fatto con l’Associazione in questi anni. Non per i seminari che ho organizzato, non per la ventina di incontri aperti alla cittadinanza, non per i molti convegni. Sono orgoglioso e fiero soprattutto perché con Caterina siamo arrivati dove spesso le istituzioni mancavano, dove si sovrapponevano la sofferenza causata dalla malattia al disagio sociale, economico, relazionale. Siamo riusciti ad arrivare dove più eravamo necessari anche attraverso la magica confidenza con l’ammalata che le volontarie hanno saputo creare, vincendo così le forti resistenze ed accettare l’aiuto professionale, a superare la diffidenza per lo psicologo. So che in parte la mia efficacia è condivisa con la loro.
Ma nel pensare a questi 25 anni mi viene soprattutto da riconoscere ciò che io ho appreso da questa esperienza. Ho imparato che i confini della sopportazione fisica e psicologica sono vasti, più di quanto abitualmente si pensi, soprattutto quando c’è un progetto, un obiettivo forte con il quale la malattia deve venire a patti. Ho imparato la sacralità della persona che soffre, il rispetto per la sua dignità, l’orrore per i pietismi. Mi avete insegnato che vi può essere una serena eleganza nel congedarsi. Ho appreso che si può amare molto la vita anche quando ti si rivolta contro, anche quando vivere diventa difficile, perché a volte c’è ancora la possibilità di coltivare un fiore tra le macerie.
Vi ringrazio per tutto questo.
Nel congedarmi, consentitemi tre brevi raccomandazioni che sono anche l’opportunità per recuperare concetti più volte esplorati in questi anni.
1) Abbiate cura di voi stesse! Lo meritate! Troppo spesso anche nella nostra cultura la donna viene considerata di valore nel sacrificio, per i figli, per il compagno, per i genitori, per gli amici. Non assecondate questo stereotipo! Date equilibrio alla disponibilità verso gli altri con la disponibilità verso voi stesse. Coltivate quel “sano equilibrato egoismo”. Anche l’altruismo diventa un difetto se eccessivo.
2) Favorite le vostra curiosità! Fatevi domande, non fermatevi alla superficie delle cose, alle apparenze. Osate andare oltre. Consentitevi di avere dubbi E questo non solo con l’ambiente o nelle relazioni ma anche con voi stesse. Cercate modi diversi di interpretare. E’ uno dei fondamenti del benessere psicologico.
3) Perseguite concretamente i vostri obiettivi! Cercate di essere attive, propositive. Non delegate alla fatalità o all’oroscopo. Osate crederci e osate anche fallire. Fatelo rispettando la regola delle 3 P: passi piccoli, possibili, progressivi.
Un caro saluto.

Evelino Trevisan

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Lungotevere De’ Cenci

Oggi festeggio 28 anni come professionista. Me lo ricordo perché cade l’8 febbraio, l’inaugurazione dell’anno accademico, la festa degli studenti, insomma una data storica per chiunque abbia studiato a Padova. Quando seppi che avrei avuto l’orale l’8 febbraio capii che mi avrebbe portato fortuna. E così accadde. Ricordo che appena finito l’esame scesi sul Lungotevere e vidi arrivare due colleghi della redazione dove all’epoca lavoravo, l’agenzia di stampa romana Quotidiani associati. Li vidi da lontano e mi misi a gridare: “Ho vinto! Ho vinto!” (gli esami li ho sempre presi così). Ricordo quel momento di incontenibile gioia. Perché per me era una conquista immensa. All’epoca si entrava come “abusivi”, cioè stavi in redazione, ma venivi pagato come collaboratore, o a forfait (ma almeno si entrava). Era il coronamento di un periodo bello, ma decisamente impegnativo, dopo due anni come abusiva e poco meno come praticante, vivendo a Roma e arrangiandomi con quel poco che guadagnavo (ovviamente i miei mi avrebbero aiutata volentieri, ma per me essere indipendente, per la prima volta, era un punto d’onore irrinunciabile). Nessuna conquista ti dà tanta gioia come quella che ti è costata almeno un po’ di sacrificio. Poi non voglio mica fare la vittima: abbiamo lavorato, ma ci siamo anche divertiti. Ho avuto la fortuna di cominciare accanto a giornalisti come Francesco Erbani, Daniele Scalise, Magdi Allam. In un’epoca in cui c’era ancora il tempo e la voglia di insegnare qualcosa ai neofiti. Tra i nostri corrispondenti c’erano Giulietto Chiesa, Enrico Franceschini, Giovanni Forti… Solo a vederli lavorare potevi imparare qualcosa. Tra l’altro i pezzi andavano comunque passati perché quando ho cominciato a lavorare i corrispondenti dettavano ai dimafoni. Allora pensavo che la mia carriera sarebbe stata un crescendo. Non pensavo che le cose potessero procedere all’incontrario. Ma la felicità di quel momento sul Lungotevere è rimasta intatta e nulla potrà offuscarla.

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