Comunque mamma

Mi considero una mamma anomala. Mia figlia compirà vent’anni la settimana prossima, e vive con suo padre da tre anni e mezzo. E’ stata una mia scelta. Dolorosa, ma dettata dalle circostanze e dalla linea di condotta che mi sono data nell’affrontarle. Credevo che col tempo mi sarei abituata. Invece tutto il contrario. A differenza delle detrazioni fiscali, la nostalgia è cumulabile. Più che la nostalgia, un’assenza, un senso di vuoto che non riesco a colmare. Anche se ogni tanto ci troviamo a mangiare o a dormire a casa di mia madre, mi manca la nostra quotidianità. Lei dice che comunque non avremmo potuto vivere insieme tutta la vita. Ma io non mi do pace e la cosa che mi tormenta di più è la domanda: ho fatto veramente tutto il possibile per tenerla con me? Dove finiscono i tuoi principi e dove cominciano l’orgoglio, la mancanza di fiducia in se stessi, la rinuncia?

Certe domande trovano risposta negli angoli più impensabili. Ieri ho accompagnato mia figlia in stazione, dove si è incontrata con il suo ragazzo per andare alla Scala di Milano. Dovevano vedere un balletto, ma erano interessati soprattutto alla musica. Sono rimasta a guardarli mentre si allontanavano, tenendosi per mano. Belli, contenti, innamorati, spensierati. E una verità semplice è calata dentro di me. Una banalità se volete, ma comprensiva delle vacanze che non abbiamo fatto insieme, delle ninna-nanne che le ho cantato, dei sogni che ci siamo raccontate, dei momenti difficili che abbiamo superato, di quello sguardo curioso e polemico che ha gettato sul mondo fin dalla nascita. Banalmente, mi è tornata in mente la poesia di Tagore: “I vostri figli non sono figli vostri… sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita”. E la verità è questa: c’è un momento in cui la riflessione critica su quello che hai vissuto diventa sterile e non ti insegna più niente. In altre parole, si trasforma in seghe mentali. Quello è il momento di smetterla.

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Il buio all’improvviso. Una giornalista racconta in un libro la sua storia di “Cecità clandestina”

Tieni gli occhi aperti. E’ quello che ti dice la mamma quando cominci ad affrontare il resto del mondo. E’ quello che ti serve per evitare i pericoli e sentirti sicura. Ho tentato di immaginare come mi sentirei se improvvisamente non potessi più disporre di questa funzione elementare, se le mie palpebre si sottraessero di punto in bianco al mio controllo, e ho provato un senso di smarrimento profondo, quasi di panico. Il libro di Paola Emilia Cicerone “Cecità clandestina” (Emmebi Edizioni, pagine 96) comincia così, quando, un giorno d’agosto su un’isola greca, l’autrice si rende conto che tenere gli occhi aperti le risulta sempre più difficile. E’ la prima avvisaglia di una patologia non comune, il blefarospasmo, che diventerà rapidamente sempre più invalidante eppure che per la medicina ufficiale, almeno per il neurologo consultato da Paola Emilia, è da considerare un disturbo “non grave”. E qui il lettore, condotto per mano dall’autrice attraverso i suoi pensieri e la lotta quotidiana per mantenere l’indipendenza, comincia a capire come a volte, e sicuramente in questo caso, i medici e i pazienti parlano due linguaggi diversi, che rispondono a esigenze, valori, storie diverse.

Il libro si compone di due parti: nella prima l’autrice, in modo semplice e coinvolgente, racconta la propria storia dal primo campanello d’allarme alla presunta guarigione, passando attraverso il trauma della visita neurologica, il rifiuto di sottoporsi a terapie che avrebbero curato il sintomo senza risalire alla causa, la messa a punto di un percorso terapeutico su misura, di cui sempre più spesso si sente parlare, ma purtroppo solo parlare. Guarigione presunta infatti, perché anche la domanda “Sei guarita?” richiederebbe una risposta articolata. Nel corso di questa storia, che descrive i sintomi, i loro effetti e gli effetti delle cure, ci sono elementi comuni a diversi percorsi di malattia e di guarigione (nei quali mi sono identificata): l’importanza delle amiche, il ricorso a piccoli rituali rassicuranti, la progressiva consapevolezza della propria fragilità e la volontà di combattere e vedere il lato positivo di ogni situazione. Non a caso, più di un capitolo si conclude con un “Va bene così”. Perché anche i “giorni bui”, come osserva la sociologa Stefania Polvani, che ha scritto la prefazione, non sono “perduti”.

Dopo questa prima parte, parlano due delle figure citate nel diario: la psicologa e l’agopuntrice. Quindi, nella seconda parte, da ottima giornalista scientifica qual è, l’autrice abbandona il punto di vista personale per approfondire un tema che questa esperienza ha messo in luce, quello del rapporto tra la medicina convenzionale e le medicine complementari, naturali o alternative, approfondendo alcuni aspetti che spiegano e inquadrano l’esperienza personale di Paola Emilia. Questa “anatomia di un’esperienza” tocca temi di grandissima attualità dei quali non si parla mai abbastanza, come il rapporto medico-paziente, la necessità di curare la persona e non solo la malattia e quindi l’umanizzazione delle cure. Perché è vero, ci sono medici di grande umanità ed esperienze di buona sanità (la mia è una di queste), ma sono spesso frutto della buona volontà individuale e non del sistema sanitario. L’autrice invita “a riflettere su come costruire una medicina più umana e meno onnipotente, che ammetta i propri limiti e non proponga scorciatoie, tenendo conto del benessere di ogni singolo paziente. […] mi ritrovo nello studio medico in cui mi sono sentita dire che il disturbo di cui soffrivo, e che mi avrebbe cambiato la vita, “non era grave”. Quante persone si saranno sentite dire qualcosa di simile?”. Anche questa seconda parte si legge come un romanzo, pur mantenendo il proprio rigore scientifico. Un rigore che permette al lettore di elaborare un proprio punto di vista sui diversi argomenti e soprattutto di chiudere il libro con la soddisfazione che dà aver letto una bella storia.

Il libro si può acquistare su Amazon. Maggiori informazioni sulla pagina Facebook dedicata.

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Esercizi di crescita. Spalancare porte e finestre

la-citta-idealeLo vedi già da lontano. Il sorriso rimane quello. Uno perde i capelli, un altro mette su qualche chilo o ha la barba sale e pepe. Ma il sorriso, quello raramente cambia. E quella leggera ansia che aveva preceduto l’incontro sfuma in un istante e si trasforma nella gioia di pregustare i discorsi che verranno dopo. E che scorrono fluidi, come se il tempo non fosse passato. Perché l’amicizia, come i sorrisi, raramente cambia. “L’amicizia percorre danzando la terra”, disse Epicuro, che la considerava il bene più grande tra quelli procurati dalla sapienza.

Ritrovare un vecchio amico è come ritrovare una parte di te che avevi dimenticato. Ma questa non è la cosa più importate. La cosa più importante non sei tu e non è l’altro, ma il legame che vi unisce. L’esperienza ti aiuta ad apprezzarlo. Purché non diventi una palla al piede. Il bello di quelle amicizie nate nella spensieratezza della gioventù è che quando sono nate nessuno si aspettava nulla dall’altro, se non, appunto, amicizia. Bisognerebbe riuscire a mantenere quella freschezza. Di amicizie nuove ne possono nascere in qualsiasi momento. Basta una parola detta al momento giusto, un gesto che ti fa scattare qualcosa dentro o pensare semplicemente: che persona simpatica! E da lì è come partire per un paese sconosciuto. L’importante è tenere sempre porte e finestre aperte.

Le porte servono a entrare e a uscire. Come qualcuno entra, qualcun altro uscirà. Forse perché non si trovava bene lì con te, o è distratto da altre cose, o si aspettava qualcosa che non ti appartiene. Con gli amici è così. E’ giusto lasciarli andare. In qualche caso, in futuro, sarà un piacere ritrovarsi.

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Pée de can

lilli-e-il-vagabondoPer me ormai è soltanto un ricordo. Un’esperienza chiusa, finita. Sono una delle tante donne che si sono ammalate di tumore al seno e ne sono venute fuori. Sono una delle tante che hanno passato un momento difficile e lo hanno fatto cercando di pesare il meno possibile su coloro che avevano intorno. Una delle tante che non hanno mai smesso di sorridere. Siamo sempre di più. Tecnicamente si dice long-term survival, ma è un’espressione che a me non piace, perché mi sembra di essere scampata a un naufragio, come Robinson Crusoe. Eppure quell’esperienza, finita quasi da cinque anni, mi ha profondamente trasformata. Ha cambiato il mio modo di vedere me stessa, gli altri e le cose che accadono. Succede quasi sempre. Non so se abbia cambiato anche il modo in cui gli altri mi vedono, o se sia soltanto il riflesso del mio atteggiamento nei loro confronti. So che alcune donne colgono una dimensione eroica della lotta al tumore, ma è un atteggiamento che non mi coinvolge, anche se lo capisco: se serve a farsi coraggio, va bene tutto.

A volte ho la sensazione di essere considerata qualcosa di particolarmente resistente, di coriaceo. Pee de can. Qualcosa che si può strapazzare senza paura di fare danni, che non è delicato, che vale poco. Invece qualche volta mi piacerebbe essere trattata come qualcosa di fragile e prezioso. Ero una bambina timida e terribilmente sensibile. Se ripenso a me stessa da piccola, ammetto di provare una punta di tenerezza. Ma adesso non sono più una bambina. Adesso sono così. E non mi piace lamentarmi, anche per una forma di riguardo nei confronti degli altri, e questo non significa che sia impermeabile al dolore. Anzi. Forse sono ancora più sensibile. E ho imparato ad avere cura di una persona delicata e preziosa, almeno ai miei occhi. Che sono io.

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Un po’ di silenzio per favore

barca_luglio20152Ho bisogno di un po’ di silenzio. In questo periodo va così. Fin da piccola, attraverso dei momenti in cui avverto l’esigenza di chiudermi un po’ in me stessa, fasi di solitudine, quasi di misantropia, che poi passano da sole. Credo che capiti a tutti. Ma in questo caso è un po’ diverso. Mi sento sommersa, soffocata dalle parole. Da quelle che vengono dette non per comunicare veramente, ma per capirsi sempre di meno. Paradossalmente, il silenzio è una condizione estremamente creativa. Ho bisogno più che altro, per dirla con Alda Merini, “di parole scelte sapientemente” (e lei di parole se ne intendeva). Ho bisogno di ascoltare i miei pensieri, di fare spazio, di vederci chiaro. Ho voglia dedicare più tempo alle persone che mi vogliono bene e alle cose che mi fanno sentire bene. Di ascoltare, più ancora che di parlare. Di leggere, più che di scrivere. So per esperienza che è soltanto una fase, un periodo. Ma in questo periodo, va così.

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