La doccia

Che tempo grigio! Proprio stamattina che volevo andare a fare una corsetta sull’argine. Ma con la pioggia no. Non sono così fanatica. Soprattutto mi piace la luce. Quella luce discreta e rarefatta dell’alba. Anche del tramonto in realtà. Da quando non riesco più ad andare a correre la mattina, mi sono goduta dei fantastici tramonti. Ma anche la luce piena del mezzogiorno, sfacciata, esplicita. Mi piace la luce insomma. Però adesso, se non piovesse… Nella peggiore delle ipotesi torno indietro, tanto poi faccio la doccia. Il meteo.it dice che non pioverà. Poi magari se rinvio a domani salta fuori qualche imprevisto e chissà quando mi ricapita. Ma va, perché dovrebbe piovere? E’ il grigio della mattina. Però ha piovuto tutta la notte e l’argine sarà tutto una pozza. Tanto poi faccio la doccia. Evvai. Pedometro o cuffiette. Grigio, fresco, 95% di umidità. E il resto acqua. Sulla pista ciclabile non c’è ancora nessuno, o quasi. Uno o due signore col cane. Questa più che umidità mi sembra proprio pioggia. Cavoli, proprio adesso che avevo preso il ritmo. Ligabue attacca “Balliamo sul mondo”. Ho sempre l’MP3 che mi avevano regalato i ragazzi quando ho facevo la chemio… Sette anni fa. E’ che non ho mai imparato a metterci dentro le canzoni. “Siamo della stessa pasta, bionda, non la bevo sai, ce l’hai scritto che la vita non ti viene come vuoi”. Qua viene giù bella fissa. Però, già che ci sono…. tanto poi faccio la doccia. Devo solo stare attenta a piantare bene i piedi. “Sul mondo lo sai si scivola…”.

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Il mio cammino. Scusate il ritardo

Uno potrebbe chiedersi: come si fa a metterci quattro mesi per scrivere due righe su una cosa che è durata una settimana? Un motivo c’è. E’ che pochi giorni dopo il mio ritorno da Santiago mi hanno telefonato per un nuovo lavoro. Una cosa più impegnativa delle altre collaborazioni che già avevo e che comunque, sommata a quelle, mi fa sentire più tranquilla. Certo ora gestire tutto è un po’ complicato. Certi giorni le cose si sovrappongono. Non sono il tipo di donna che ama correre di qua e di là. Mi piacerebbe avere il tempo per dedicare la giusta attenzione alle cose che devo fare. Potendo, mi piace anche avere dei tempi morti, dedicare qualche minuto a me stessa, leggere, scrivere le mie cose (come questa ad esempio), oziare, andare sull’argine. Ma in questo periodo non mi è dato.

Non so se posso mettere in relazione questo nuovo lavoro con l’esperienza del cammino. So che ho chiesto una cosa e ho avuto una cosa. In tempi e modi che, ovviamente, non potevo prevedere. Ma a questa nuova cosa ci tengo e cerco di farla nel migliore dei modi, anche se non so se e quanto durerà. Come sempre. Poi troverò il mio ritmo. Se ripenso a quando ero in cammino… quanto ti appaiono chiare le cose quando riesci a fare un po’ di silenzio dentro te stessa. Ma poi ti rituffi nella quotidianità caotica e quell’equilibrio si altera. Ma quell’esperienza la porto dentro di me. Ora pensiamo che ci saranno altri cammini. Stiamo già facendo programmi. Non so se potremo eguagliare l’emozione del primo, ma ci saranno altre emozioni.

Le scarpe no, quelle saranno le stesse. Con tutti questi cambiamenti, quest’estate non sono riuscita ad andare sull’argine con regolarità e le mie performance, già scarsine, sono decisamente calate. Complice forse anche il caldo delle scorse settimane. Quando sono riuscita a fare una corsetta mi sono accorta che dovrei praticamente ripartire da zero. Ma questo non mi preoccupa. L’ho già fatto tante volte…

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Il mio cammino. L’arrivo

Entrare nella cattedrale è un’emozione indescrivibile. Unica. Credo che difficilmente qualcuno, credente o no, riesca a sottrarsi a questa magia. Come si vede dalla foto, mi tremavano le mani. Ed ero lì già da un bel po’. Ho detto che avevo cose da chiedere, cose per le quali farmi perdonare e cose per cui ringraziare. Ma una volta lì ho pensato solo a ringraziare. Per essere lì e per esserci arrivata con le mie gambe. Per essere guarita dal cancro. Per essere quella che sono, con tutti i miei difetti. E per le persone che mi vogliono bene. Veramente avevo la sensazione di averle tutte nel cuore. Ciascuna con qualcosa di unico per il nostro rapporto. Qualcuna per la qual avevo qualcosa da chiedere. Credevo che nell’agitazione del momento non mi sarebbero venute in mente. Invece sì.

Siamo andate a toccare la statua di San Giacomo, per rispettare la tradizione, abbiamo detto una preghiera sulla sua tomba e abbiamo scoperto che c’è un sacerdote che dice messa in italiano tutte le mattine alle 10, tranne la domenica, nella cappella del Cristo di Burgos. L’indomani alle 10 eravamo lì. Prima di iniziare il prete, dell’opera Don Guanella, ci ha invitati tutti a fare la comunione. “Tutti. Anche se siete separati o divorziati, anche se siete omosessuali, anche se siete… Anzi, dovete farla ancora di più la comunione”. Ho sintetizzato, ma il concetto era molto chiaro. Forse in quel momento ero particolarmente emozionata o ricettiva, ma ho avuto la sensazione che parlasse a me personalmente. Non mi sono sottratta a questo appello. E ne sono stata felice. Finita la messa, ci ha lasciato qualche minuto per assistere al rito del botafumeiro, quando il grande turibolo appeso al centro del transetto che viene fatto oscillare fin quasi a sfiorare il soffitto. Poi ha condotto una meditazione e alla fine ha detto che avrebbe confessato qualcuno, rapidamente. Gli ho spiegato che non facevo la comunione da anni, perché sono divorziata. E che io comprendo le ragioni di questa norma della Chiesa e non la contesto. E lui mi ha risposto: “Ascolta meno le regole e più la tua coscienza”. L’ho raccontato a Cristiana, che ne è stata felice. Condividere certe emozioni ti avvicina ancora di più. Così la sera siamo andate a festeggiare con un fantastico pulpo gallego e una bottiglia di rosso.

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Il mio cammino. Non solo gambe

Avevamo entrambe ben presente che pellegrinaggio non equivale a escursionismo. Tutte e due avevamo messo il rosario nello zaino. Cristiana aveva anche una specie di lezionario. Non siamo due invasate. I nostri rispettivi percorsi di fede sono molto diversi tra loro e spesso tortuosi. Io non faccio la Comunione da quando sono separata. Secondo Cristiana dovrei affrontare la questione. Le ho detto che non contesto questa norma della Chiesa. In fondo ho giurato davanti a Dio e poi non ho mantenuto. Lei dice che non tutti nella Chiesa la pensano così e mi ha consigliato di parlarne con don Romeo, il parroco di Santa Rita. Comunque entrambe siamo convinte che se nella tua vita c’è una dimensione religiosa, essa non può essere residuale. Tanto meno nel cammino di Santiago, il cui vero obiettivo è proprio la tomba di san Giacomo apostolo.

Così le nostre giornate sono state scandite, oltre che dal ritmo dei nostri passi, da una serie di abitudini tra il sacro e il profano. Quando arrivavamo alla meta che ci eravamo prefissate, per prima cosa ci ordinavamo una bella birra, che gustavamo con un panino. Poi cercavamo il posto dove dormire, ci facevamo la doccia, ci riprendevamo dalla camminata, recitavamo il rosario, preparavamo la tappa per l’indomani. E facevamo due passi cercando dove andare a cena. Il cammino è fatto anche di queste piccole, bellissime cose. Che sono tutte mischiate insieme, come in tutto il resto della vita. Perché magari se non ci fossimo sedute a bere una birra non avemmo parlato di cose serie e importanti della nostra vita. Come fare la Comunione o non farla. E sarebbe stato un peccato, nel senso non letterale del termine.

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Il mio cammino. Un buon inizio

Non abbiamo fatto il percorso tradizionale, ma quello portoghese. Che è sempre tradizionale, ma meno frequentato del più noto cammino francese. Viene chiamato il cammino dei santi e dei poeti perché molti trovatori raccolsero lungo la strada fantastiche storie di pellegrini e viandanti, non tutte all’insegna della santità,  e perché si tratta del percorso fatto nel 1325 da Isabella II di Portogallo, detta la regina santa. Pare che lei sia partita niente meno che da Lisbona, noi da Tui, cittadina medievale subito dopo il confine con la Spagna, e siamo arrivate a Santiago in sei tappe. Sono circa 120 chilometri, con una media di 20/25 chilometri al giorno.

Tui ha una bellissima cattedrale del 1120, che al nostro arrivo trovammo chiusa (come la maggior parte delle chiese). Ma ci dissero che ci sarebbe stata la messa alle otto. Nel frattempo tentammo di visitare la chiesetta di San Bartolomé, una delle più antiche della Galizia. E’ piccola e raccolta, molto suggestiva. Mi ricordò un po’ quella di Pozzoveggiani. Mentre ci avvicinavamo all’altare, vedemmo  un prete sbucare da dietro una nicchia con una scopa in mano. Cominciammo a parlare, lui in spagnolo e noi in italiano, ma ci capivamo. Gli raccontammo che saremmo partite l’indomani per il cammino. Gli chiedemmo delle spiegazioni sull’iconografia della statuetta di San Bartolomeo, posta al centro dell’abside e ci raccontò la sua storia, di come fu scorticato vivo e poi decapitato. Ci disse che anche lì ci sarebbe stata la messa alle otto.

Arrivammo contemporaneamente ad altre sette o otto donne, con l’aria di essere appena uscite di casa, di abitare lì vicino, di conoscersi tra loro. A messa c’era un unico uomo. Il sacerdote iniziò salutando “le due pellegrine Cristiana e Madina” che il giorno dopo avrebbero iniziato il loro cammino per Santiago. E alla fine fece recitare a tutti i presenti un Avemaria per Cristiana e Madina (mi commosse che ricordasse il mio nome, evidentemente a lui meno familiare di Cristiana). Forse quando sei in viaggio, e in questo tipo di viaggio, sei più aperta allo stupore, ma ci scambiammo uno sguardo pieno di meraviglia e di gratitudine. Scoprimmo allora anche una cosa che si nota lungo tutto il cammino: il profondo rispetto della gente del luogo per il pellegrinaggio. E il viatico fu propizio, perché il nostro viaggio fu bello e fortunato.

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