Esercizi di crescita. Spalancare porte e finestre

la-citta-idealeLo vedi già da lontano. Il sorriso rimane quello. Uno perde i capelli, un altro mette su qualche chilo o ha la barba sale e pepe. Ma il sorriso, quello raramente cambia. E quella leggera ansia che aveva preceduto l’incontro sfuma in un istante e si trasforma nella gioia di pregustare i discorsi che verranno dopo. E che scorrono fluidi, come se il tempo non fosse passato. Perché l’amicizia, come i sorrisi, raramente cambia. “L’amicizia percorre danzando la terra”, disse Epicuro, che la considerava il bene più grande tra quelli procurati dalla sapienza.

Ritrovare un vecchio amico è come ritrovare una parte di te che avevi dimenticato. Ma questa non è la cosa più importate. La cosa più importante non sei tu e non è l’altro, ma il legame che vi unisce. L’esperienza ti aiuta ad apprezzarlo. Purché non diventi una palla al piede. Il bello di quelle amicizie nate nella spensieratezza della gioventù è che quando sono nate nessuno si aspettava nulla dall’altro, se non, appunto, amicizia. Bisognerebbe riuscire a mantenere quella freschezza. Di amicizie nuove ne possono nascere in qualsiasi momento. Basta una parola detta al momento giusto, un gesto che ti fa scattare qualcosa dentro o pensare semplicemente: che persona simpatica! E da lì è come partire per un paese sconosciuto. L’importante è tenere sempre porte e finestre aperte.

Le porte servono a entrare e a uscire. Come qualcuno entra, qualcun altro uscirà. Forse perché non si trovava bene lì con te, o è distratto da altre cose, o si aspettava qualcosa che non ti appartiene. Con gli amici è così. E’ giusto lasciarli andare. In qualche caso, in futuro, sarà un piacere ritrovarsi.

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Pée de can

lilli-e-il-vagabondoPer me ormai è soltanto un ricordo. Un’esperienza chiusa, finita. Sono una delle tante donne che si sono ammalate di tumore al seno e ne sono venute fuori. Sono una delle tante che hanno passato un momento difficile e lo hanno fatto cercando di pesare il meno possibile su coloro che avevano intorno. Una delle tante che non hanno mai smesso di sorridere. Siamo sempre di più. Tecnicamente si dice long-term survival, ma è un’espressione che a me non piace, perché mi sembra di essere scampata a un naufragio, come Robinson Crusoe. Eppure quell’esperienza, finita quasi da cinque anni, mi ha profondamente trasformata. Ha cambiato il mio modo di vedere me stessa, gli altri e le cose che accadono. Succede quasi sempre. Non so se abbia cambiato anche il modo in cui gli altri mi vedono, o se sia soltanto il riflesso del mio atteggiamento nei loro confronti. So che alcune donne colgono una dimensione eroica della lotta al tumore, ma è un atteggiamento che non mi coinvolge, anche se lo capisco: se serve a farsi coraggio, va bene tutto.

A volte ho la sensazione di essere considerata qualcosa di particolarmente resistente, di coriaceo. Pee de can. Qualcosa che si può strapazzare senza paura di fare danni, che non è delicato, che vale poco. Invece qualche volta mi piacerebbe essere trattata come qualcosa di fragile e prezioso. Ero una bambina timida e terribilmente sensibile. Se ripenso a me stessa da piccola, ammetto di provare una punta di tenerezza. Ma adesso non sono più una bambina. Adesso sono così. E non mi piace lamentarmi, anche per una forma di riguardo nei confronti degli altri, e questo non significa che sia impermeabile al dolore. Anzi. Forse sono ancora più sensibile. E ho imparato ad avere cura di una persona delicata e preziosa, almeno ai miei occhi. Che sono io.

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Un po’ di silenzio per favore

barca_luglio20152Ho bisogno di un po’ di silenzio. In questo periodo va così. Fin da piccola, attraverso dei momenti in cui avverto l’esigenza di chiudermi un po’ in me stessa, fasi di solitudine, quasi di misantropia, che poi passano da sole. Credo che capiti a tutti. Ma in questo caso è un po’ diverso. Mi sento sommersa, soffocata dalle parole. Da quelle che vengono dette non per comunicare veramente, ma per capirsi sempre di meno. Paradossalmente, il silenzio è una condizione estremamente creativa. Ho bisogno più che altro, per dirla con Alda Merini, “di parole scelte sapientemente” (e lei di parole se ne intendeva). Ho bisogno di ascoltare i miei pensieri, di fare spazio, di vederci chiaro. Ho voglia dedicare più tempo alle persone che mi vogliono bene e alle cose che mi fanno sentire bene. Di ascoltare, più ancora che di parlare. Di leggere, più che di scrivere. So per esperienza che è soltanto una fase, un periodo. Ma in questo periodo, va così.

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Montepaschi. Dovrei rallegrarmi?

banca_antonveneta2Dovrei rallegrarmi per il fatto che lo Stato ha salvato Montepaschi? Questa, in sintesi, la mia esperienza personale. Ho aperto un conto corrente in Antonveneta nel 2000 e ho seguito tutte le traversie di questa banca, da Abn Amro a Montepaschi. Sono sempre stata una correntista corretta, anche se il mio conto ha ovviamente seguito gli effetti delle mie alterne fortune. Comunque, non sono mai andata in rosso. Ho chiesto un prestito per l’infausta conclusione di una annosa causa di lavoro e ho sempre fatto fronte ai miei impegni. Qualche tempo fa ho chiesto un piccolo scoperto di conto, giusto per scontare le fatture, perché sono free lance, partita Iva, e qualcuno paga regolarmente, ma qualcuno no. Ma mi hanno risposto che non si poteva fare. Lo scorso anno ho rotto la macchina e ho dovuto comprarne una nuova. Ho pensato a un usato. Ma proprio in quei giorni mi è arrivata una lettera della banca (ma in realtà si trattava di una di quelle finanziarie a cui Antonveneta si appoggia per i prestiti) che mi diceva che sono una delle migliori clienti della banca (ho pensato: per forza stanno alla canna del gas) e pertanto voleva favorirmi con un prestito a condizioni particolarmente vantaggiose. Sono andata a informarmi, ma era una bufala. Il prestito non me lo hanno concesso. Per la macchina, ho risolto in altro modo. Dopo un paio di mesi mi hanno telefonato per dirmi che volevano concedermi un prestito. E me lo hanno riproposto la prima volta che ho avuto occasione di andare allo sportello. Dico: adesso non mi serve più. Ma poi: un prestito sì, e uno scoperto no? Mi hanno risposto che questa è la regola che segue la banca. A questo punto ho deciso di cambiare banca.

Per tutt’altre ragioni, contemporaneamente a me anche mia madre, correntista molto più storica di me, ha deciso di cambiare. Abbiamo chiesto la chiusura del conto quasi contestualmente. Per il mio non ci sono stati problemi. La sua situazione, dopo quasi tre mesi, ancora non si sbloccava. L’ho accompagnata alla sua filiale. Ci hanno fatto parlare con una signora. Ci ha detto che loro non avevano ricevuto nessuna richiesta di chiusura del conto. Ho chiamato la banca nuova e mi hanno detto di aver già inviato ad Antonveneta tre solleciti, ricevendo tre messaggi di risposta, per posta certificata. La nostra interlocutrice ha detto che il conto non si poteva chiudere, perché nel frattempo erano andate in pagamento delle fatture e c’erano circa 60 euro da pagare. In più, 22 euro di spese per i tre mesi trascorsi. Ha detto che per avviare la procedura di chiusura del conto avremmo dovuto firmare un documento e pagare tutto, seduta stante. Le ho proposto di stamparmi il documento, che ce lo saremmo portate a casa, letto con calma, e poi saremmo tornate a firmarlo. Ha detto che il sistema non permetteva di stampare il documento se non veniva attivata la procedura e che se non pagavamo non poteva attivarla. Come lo chiamereste voi, se non un ricatto? Mia madre era infuriata. Stava diventando sempre più rossa. Abbiamo ceduto. Ci hanno dato dei documenti in cui questi 22 euro vengono definiti “per operazioni”. Vedo che non gli sono bastati per salvare la loro banca, che comunque è stata salvata con i soldi dello Stato, quindi anche coi miei. Dovrei essere contenta di aver contribuito a salvare una banca che tratta i suoi clienti come mucche da mungere?

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Quarant’anni di lotte e di speranza, a partire da zero

copertina2Ho incontrato Gianni Ballestrin perché dovevo parlare del suo ultimo libro, “A partire da zero”, sul Mattino di Padova. L’argomento mi sta particolarmente a cuore: “Breve storia dell’oncoematologia pediatrica padovana”, come dice il sottotitolo. E’ stato un buon incontro. Intanto ci siamo dati appuntamento all’Anfora, storica osteria padovana, cosa che me l’ha reso subito simpatico. Poi mi ha coinvolto nella sua passione per questa storia, della quale ha fatto parte come insegnante. Una nobile battaglia, perché rivolta al benessere e possiamo dire alla salvezza di tanti bambini. Il protagonista di questa battaglia è il professor Luigi Zanesco, del quale conosco fin da piccola il valore, essendo stato buon amico di mio padre. So per esperienza quanta umanità ci sia nei reparti oncologici dove si curano gli adulti, quindi posso immaginare quanta ce ne sia quando questo sentimento, le attenzioni e la cura siano rivolte ai bambini. Pubblico una versione un po’ più lunga di quella apparsa sul Mattino. Per evidenti motivi di spazio, ho dovuto lasciare fuori alcune cose che mi avevano colpita. Come il bimbo di tre anni che si aggirava per il reparto con una torcia al collo, facendosi coraggio e dichiarando: “Ciò pila”. O quello che adesso ha quarant’anni e che ha scritto alla mitica caposala di cui parlo per chiedergli se si ricordava di “Sopele”. “Era uno di quei bimbetti”, racconta nel libro, “che mi erano stati affidati e che non faceva che chiedermi le scarpe, le sopele, come le chiamavano nel dialetto delle loro parti. Voleva andare a casa, tornare dalla sua famiglia e per questo chiedeva le scarpe e lo faceva talmente di continuo che noi ne facemmo il suo soprannome. Ora lui si ricorda ancora e mi scrive. E come potremmo dimenticarci?”. Non ci poteva stare tutto. Bisogna comprare il libro. Ecco l’articolo del Mattino.

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